Sogni nel cassetto, sogni realizzati, maternità e multiculturalità…

Sogni nel cassetto, sogni realizzati, maternità e multiculturalità…

Eccomi qua, mi trovo per la prima volta a scrivere un articolo su un blog.  Avverto sin da subito che non ho il dono della sintesi, e che nei temi in classe sceglievo sempre i saggi per poter riempire un paio di fogli protocollo con idee su come cambiare il mondo…beata gioventù!

Dopotutto, io scrittrice volevo esserlo fin da bambina: sognatrice e avida lettrice di romanzi di fantascienza, già dalle scuole medie scrivevo i miei racconti inventati di mondi lontani, o di civiltà e società che avrebbero plasmato la nostra Terra del futuro. Avrei voluto anche fare l’ufologa, e per lungo tempo il mio sogno segreto è stato quello di avvistare un disco volante con relativi viaggiatori spaziali al suo interno…(vietato ridere!!, N.d.A.)

Col passare del tempo, le mie passioni si sono ovviamente modificate, ma non direi che si siano snaturate; più semplicemente si sono evolute verso qualcosa di più maturo e concreto. Nei primi anni di liceo, si è fatto strada dentro di me il desiderio di uscire dalla mia realtà provinciale alessandrina, e di esplorare culture e stili di vita lontani, imparare ad esprimermi in lingue diverse, vedere luoghi conosciuti fino ad allora solo attraverso film e documentari. In questo senso credo che la mia fascinazione verso l’ignoto, che da bambina si esprimeva nel sogno di visitare mondi alieni, si sia compiuta in età adulta con la decisione di intraprendere un percorso di studi universitario e una professione focalizzati sulle lingue e le culture straniere. Più strane sono e meglio è!!

Ho scelto di laurearmi in lingue orientali, specializzandomi in lingua giapponese ad indirizzo economico-giuridico; ho viaggiato due volte in Giappone per studiare, lavorare e…vivere come un abitante del posto. Ho abitato con una famiglia di Kyoto tramite il cosiddetto programma homestay, ossia una soluzione abitativa che consente di essere ospitati da una famiglia locale, selezionata dall’ente che promuove gli scambi interculturali, la quale mette a disposizione dietro compenso una stanza della propria casa a studenti interessati ad immergersi completamente non solo nella lingua, ma soprattutto nello stile di vita reale del posto. Non volevo esperienze stereotipate, odio comportarmi da turista mordi-e-fuggi, e questa inclinazione si è manifestata pienamente nella seconda, ancor più emozionante, avventura da viaggiatrice solitaria della mia vita.

Sono partita per Brisbane (Australia) dopo la laurea magistrale, grazie al fatto di aver vinto un bando universitario in cui lo studente selezionato sarebbe stato inserito in un programma di internship (chiamiamolo tirocinio, ma è davvero riduttivo) voluto da un importante ente italo-australiano per la promozione della lingua e cultura italiane nella Terra dei Canguri. Qui la mia vita è cambiata, ho vissuto mesi unici in cui sembrava avessi trovato tutto ciò che avevo sempre cercato in un luogo: multiculturalità, la possibilità di perfezionare l’inglese (lingua che sento profondamente mia) e pure il giapponese, amici da ogni parte del mondo, una nuova esperienza di homestay questa volta in condivisione con una ragazza australiana con cui ancora oggi tengo i contatti, una società libera e sicura dove avanguardia tecnologica e natura coesistono davvero, la scoperta della mia vocazione per l’insegnamento delle lingue e….una storia d’amore che non è finita bene, ma che mi ha lasciato l’eredità più preziosa, mia figlia.

Ecco che finalmente, dopo tante parole, arrivo a ricollegarmi al tema fondamentale di questo blog: la maternità e i figli. Ma ho voluto dilungarmi con note personali perché senza di esse non potrei comunicare efficacemente i temi che mi stanno a cuore. Visto che ho già scritto abbastanza, mi limito a considerarne uno: l’essere genitori oggi, in un mondo sempre più globalizzato e rimescolato.

Da madre di una bambina con cittadinanza italo-neozelandese, viaggiatrice e appassionata conoscitrice di inglese e giapponese, ho sempre pensato e penso tuttora che il dono più grande che possiamo fare ai nostri figli nel mondo odierno, sia renderli capaci di aprire lo sguardo sulle complessità e ricchezze di questo mondo, di abbracciarle e non rifuggirle. Se però ci consideriamo fautori di una società global, non possiamo limitarci a una accettazione formale delle differenze culturali, dobbiamo anche fornire alle nuove generazioni lo strumento per decodificarle, per comprenderle e rispettarle…ovvero le lingue!! Tutti i bimbi sono ugualmente portati all’apprendimento linguistico, semplicemente in quanto la comunicazione verbale rappresenta la caratteristica distintiva dell’essere umano. Mi urta sentire commenti quali “eh l’insegnante dice che il bambino non è portato per le lingue”, “io sono una capra in inglese” …Questo approccio obsoleto (e molto italiano), eppure così radicato, di ridurre l’apprendimento delle lingue alla mera materia di studio meritevole solo di far media scolastica in pagella, è alla base dello scarsissimo posizionamento a livello europeo della popolazione italiana in quanto a padronanza della lingua inglese (si veda la fonte aggiornata https://www.ef-italia.it/epi/).

Questo andamento patologico non impatta solo l’ambito scolastico e lavorativo, ma assai profondamente anche quello culturale, per un motivo semplice. Nella società attuale, non riconoscere il ruolo centrale delle lingue straniere (ed esaltare campanilisticamente la propria) nella formazione di un individuo fin dall’infanzia, contribuisce a creare clausura (sì clausura!) mentale e intolleranza verso forme espressive differenti, previene il contatto con altre mentalità e stili di vita, ostacola il confronto pacifico e favorisce l’insorgenza di fraintendimenti (se non addirittura mistificazioni dell’informazione e incidenti diplomatici).

Comunicare, in tante lingue diverse, dovrebbe diventare uno dei tratti distintivi degli esseri umani del futuro, la loro normalità, così come lo sono divenuti i viaggi intercontinentali e la contaminazione culturale a più livelli; ma a che serve avere una mission aziendale, fare smart working durante il lockdown o farsi i selfie mangiando sushi, se poi non sappiamo presentarci correttamente in inglese o pensiamo che giapponese e cinese siano la stessa lingua/cultura?

Ecco, io desidero un mondo dove i nostri bambini possano giocare e imparare con bambini provenienti da contesti geografici e culturali diversi, e ci guidino verso il superamento delle finte differenze, ma per ottenere questo dobbiamo impegnarci a rendere il contatto interculturale e l’esposizione alle lingue non native parte della loro quotidianità sin dall’infanzia. Nel mio piccolo, io ci provo con mia figlia, portandomela in giro per il mondo (tranne ora, sigh…) a vedere “le vite degli altri”, e a scoprire che poi tanto altri non sono, o motivando i miei learners (che in inglese è molto più di “studenti”, è “coloro che imparano” non “coloro che studiano”) ad amare prima di tutto la comunicazione, esprimendosi liberamente, imparando per via deduttiva, non soffocandoli di regole da manuale, ma stimolandone la curiosità. Io credo profondamente in questo metodo, e nella democraticità dell’apprendimento.

W le lingue!

Giorgia Dessì