La scuola ai tempi del covid

La scuola ai tempi del covid

La scuola quest’anno è finita in un assordante silenzio. Tutti connessi, i soliti: “Mi sentite?” “Chiudete i microfoni!” “Usate la chat!” “Il registro sta mattina é un po’ impallato”, saluti finali e tac! si chiude lo schermo del laptop ed è finita così. Milioni di ragazzi che si ritrovano seduti al tavolo della cucina in maglietta e mutande, da soli, in silenzio.

Niente ultima campanella accolta con urla di gioia, niente corse fuori da scuola, niente pranzi al fast food con gli amici, niente magliette autografate da tutti i compagni per quelli dell’ultimo anno, niente. Solo un semplice: “È pronto in tavola”, a sottolineare l’ennesima giornata che dal 22 febbraio si sussegue identica  alle altre.

Lo stesso assordante silenzio che ha avvolto bambini e ragazzi dall’inizio dell’emergenza sanitaria fino a giugno, quando finalmente faceva comodo parlare di loro e dei loro bisogni per attivare i centri estivi e per salvare la stagione estiva nelle località turistiche, che, quelli si, portano fatturato.

Quindi quando i servizi sono a pagamento, va bene che i più piccoli si vedano, che stiano in spazi ristretti e che giochino senza mascherina, ma da settembre no, non potrà continuare ad essere così.

Già, settembre, il mese che ogni anno pare che arrivi all’improvviso. Eppure è così da secoli: …luglio, agosto, settembre. Sta sempre lì. Dopo Agosto, impietoso, arriva lui. Ma per il mondo della scuola ogni anno sembra che sia una sorpresa: orari ridotti, niente pre e dopo scuola, mensa non pervenuta, servizio scuolabus ancora da attivare, come se il calendario scolastico non ce l’avessero nel cassetto da giugno (calendario che, per altro, pare scolpito nella pietra e guai a toccarlo, non c’è pandemia che tenga) e come se, appunto, settembre arrivasse a tradimento.

Figuriamoci quest’anno.

A settembre saranno passati 7 mesi dallo scoppio dell’emergenza sanitaria e, alla luce di quanto fatto fino ad ora (nulla), faccio la facile previsione che ci troveremo nella stessa identica situazione di febbraio: aule piccole e sovraffollate.

Siccome nel frattempo si sono mossi attivisti, associazioni, organizzazioni di genitori e, dettaglio non trascurabile, hanno riaperto scuole nel resto d’Europa, a settembre avremo il nostro contentino e faranno rientrare tutti in presenza, ma appena la curva del contagio tornerà a salire, via, tutti a casa.

Tanto stanno già mettendo le mani avanti dicendo che la Dad ha funzionato.

A parte che a me pare un’enorme contraddizione affermare che con la didattica a distanza si stimi sia sia perso il 30% degli studenti e contemporaneamente affermarne la buona riuscita (e il diritto allo studio garantito dalla Costituzione?), comunque parliamone.

La Dad è quello strumento che funziona se hai insegnanti volenterosi e digitalizzati, una buona connessione internet, un numero sufficiente di devices a casa e una mamma o un papà che non lavora e può seguirti (parlo di ragazzini di elementari e medie). Già troppe variabili per illudersi che possa funzionare al meglio dappertutto.

E, comunque, cosa è stata la didattica a distanza qualcuno se lo è chiesto veramente? Per i ragazzi sono stati semplicemente dei compiti, hanno vissuto un intero quadrimestre con la sensazione di dover fare i compiti al mattino, al pomeriggio, alla sera, al sabato e alla domenica (perché in tempo di Dad i compiti sono come il Natale, quando arrivano arrivano). La scuola è stata spogliata della sua capacità di aggregazione, del confronto che insegna, delle nozioni ripetute (un po’ sul serio, un po’ per gioco) all’infinito, della condivisione, delle risate, delle gomitate al compagno di banco, degli sguardi guizzanti in cerca di un suggerimento, degli incoraggiamenti degli insegnanti, delle verifiche a sorpresa, delle lodi pubbliche, ecc. Per quanto migliaia di insegnanti si siano prodigati, dall’altra parte ogni sforzo veniva semplicemente recepito come una montagna di noiosissimi compiti da svolgere sotto la stretta sorveglianza di genitori che prendevano le fattezze di Cerbero e che all’improvviso si sono trovati a dover fare un mestiere non loro. Mio figlio mi ha rimproverata spesso di non essere una buona insegnante, ma il fatto è che io non sono un’insegnante, non c’è buona o cattiva che tenga, io sono un’impiegata.

La Dad è piovuta sulle nostre spalle in maniera tanto improvvisa e “violenta” da aver diviso anche chi il fardello ha dovuto portarlo insieme: famiglie ed insegnanti a cui è stata sbolognata la patata bollente senza indicazioni, senza supporto, senza niente. E così sono arrivati attacchi a insegnanti rei di aver preso lo stipendio pieno e non aver fatto nulla (non nego che ci siano stati, ma immagino siano gli stessi che non fanno niente nemmeno in presenza) e a genitori degeneri che cercavano parcheggi per la prole. Quanto mi ha fatto male leggere queste affermazioni proprio da parte di maestre e professori!! A pensare che riducono il loro lavoro a quello di parcheggiatori mi fa pensare che forse sono un’illusa quando penso di mandare i miei figli ad affermarsi da soli, quando penso che siano al sicuro e guidati da persone del mestiere, quando penso che mentre io lavoro (e anche grazie a questo) loro possono arricchirsi e muovere i primi passi in autonomia nella società, quando penso che anche loro occupino un posticino nella nostra comunità. Come se poi la scuola non fosse un’Istituzione garantita per legge e obbligatoria.

Ma la verità è che la Dad è stata un fardello di stress di cui famiglie e corpo docente hanno dovuto farsi carico per amore dei propri figli uni e per senso del dovere gli altri.

Quante maestre che hanno inventato soluzioni e stratagemmi per tenere i propri bimbi davanti a quegli schermi, quante mamme hanno lavorato di notte per lasciare il pc di giorno ai figli, quanti professori (che non sono solo i più vecchi d’Europa per non poter andare in classe in periodo di contagio, lo sono anche per quanto riguarda le conoscenze e attrezzature informatiche) hanno stalkerato i loro giovani figli per farsi montare video e lezioni, quanti nonni hanno scaricato Zoom, Meet, classroom rimpiangendo i tempi della guerra, quante famiglie sono andate incontro a un gravoso sacrificio economico, stando a casa per garantire ai figli di poter seguire le lezioni!!!

Il discorso è talmente ampio e si presta a una  serie di spunti e considerazioni che potrei andare avanti all’infinito, ma, alla fine, ciò che davvero conta è che bambini e ragazzi sono stati privati di tutto e nemmeno si sa a quanto sia valso tutto questo, a settembre coi test di ingresso si scoprirà.

Proprio ieri (mercoledì 23 giugno) c’è stata la conferenza stampa del Presidente del Consiglio e del Ministro all’Istruzione, hanno detto tante belle parole (parole che io avrei detto ai primi di marzo e contestualmente avrei iniziato a lavorarci, ma sicuramente dal divano di casa mia è tutto più semplice):se entro settembre facessero anche solo metà delle cose che hanno proposto ci metterei la firma e accetterei di buon grado anche i banchi che sembrano sedie da parrucchiere dai colori discutibili, ma la realtà è che la mia fiducia se la sono giocata mesi fa, quando dovevano intervenire e hanno preferito tacere, quel silenzio assordante non me lo levo dalle orecchie e dal cuore, e oggi li guardo come una fidanza tradita, che vorrebbe tanto trovare la forza di fidarsi ancora una volta, ma che in realtà non crede ad una parola di ciò che sente.

Sono una che ha sempre gongolato nell’aver ragione, ma mai come questa volta spero di sbagliarmi su tutta la linea.

Settembre è dietro l’angolo, scopriremo presto cosa succederà. Sulla nostra pelle.

Paola Vitale Cesa

Foto di Arthur Krijgsman